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Querelle napolitaine

Recentemente c’è stata una (lieve) polemica a distanza – non direi tra, ma di Peppe Lanzetta verso Erri De Luca, perché mi pare che il secondo non abbia risposto – scaturita dalla classifica che vedeva Napoli al penultimo posto in Italia per qualità della vita.
Per la verità, molto a distanza anche perché le parole di De Luca risalgono a un’occasione analoga di un paio di anni fa, però siccome le ha confermate ci prendiamo il tutto per buono.
Io, trattandosi di Napoli, ho letto con curiosità. 
Facciamo che anche questa volta allego (in ordine di apparizione): qui la posizione di De Luca – che sbugiarda la classifica con una serie di belle cose napoletane, e qui quella di Lanzetta – che sbugiarda De Luca con una serie di brutte cose napoletane.
E cominciamo col dire che entrambe le posizioni mi sembrano farcite di luoghi comuni; il che ci può anche stare, eh. Nel senso che io non schifo a priori i luoghi comuni, se servono a sintetizzare e a dare un’idea generale di certe faccende (del resto, sono “comuni” non per niente). Il problema è che se uno, per giunta con una certa visibilità, decide di prendere la parola su un argomento smisurato come Napoli, forse ci si aspetterebbe qualcosa di più.
Senza contare che ho la sensazione che le parti sarebbero potute essere tranquillamente invertite. Ossia, se il primo avesse detto che la classifica era giusta e che i morti e via dicendo, il secondo molto probabilmente avrebbe sentito l’impulso di rispondere “Caro, tu visiti Napoli di tanto in tanto (questo glielo ha detto veramente) e quindi non ti rendi conto che il caffè, l’ironia e via dicendo”.
E questo non lo dico per insinuare che Lanzetta non fosse sincero, ma per dire che enormità come Napoli e la natura stessa dei luoghi comuni fanno di questi scherzi: è vero tutto e il contrario di tutto, sono vere (e false) le posizioni da un lato e dall’altro; e uscirne non è roba facile.
Mentre è molto facile che, se si vedono esaltati certi aspetti, venga immediatamente voglia di difendere quelli opposti.

Comunque: alcune (solo alcune, e con degli aggiustamenti) delle “qualità della vita” per le quali io sono felice di vivere a Napoli sono tra quelle addotte da De Luca – il quale, però, da Napoli se n’è andato (per giunta mille anni fa). Legittimissimo, ma io ho un po’ di diffidenza verso chi se ne va e Napoli continua a usarla e di lei parla come se la vivesse quotidianamente. E in questo mi pare avere più ragione Lanzetta.
D’altro canto, dire (come fa Lanzetta) che “l’odiosa ZTL impedisce ai Napoletani di esprimere la loro storica anarchia imbavagliandola in percorsi studiati da qualcuno che si capisce che di Napoli non ha capito niente” per me equivale a dire “pizza e mandolino” o che i baristi mentre preparano il caffè ti intrattengono col putipù. (A parte la bruttezza di quel napoletani con la maiuscola). E sinceramente mi fa pure un po’ rabbia, perché ‘st’immagine di noi napoletani – che dobbiamo fare i pazzarielli in mezzo al traffico e che non possiamo imparare che la ZTL (che io amo) è civile – è proprio insopportabile.

Lo so: a questo punto forse ci vorrebbe una conclusione; ma temo sarebbe un altro luogo comune (del genere: “Non si può liquidare Napoli né con l’aroma di caffè né con i morti ammazzati” – olè). Magari un giorno provo a fare un discorso di senso più compiuto, ma al momento l’unica cosa che mi sento di dire è che – pur se tutto sembra sempre uguale a se stesso – ci sono infinite e impercettibili sfumature in ogni caffè e in ogni bruttura, e noi abbiamo il dovere e la necessità di cogliere ognuna di quelle sfumature. (E mi sa tanto che è un luogo comune anche questo). 

 

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