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Riciclaggio

In questo periodo non sto tanto per la quale, però mi dispiace abbandonare del tutto.
Quindi ho pensato di recuperare alcuni scritti su alcuni libri che erano stati ospitati sul sito maurilia.org, che non esiste più (anche se era un tentativo sincero) e che assai probabilmente quasi nessuno di voi avrà bazzicato (e, in ogni caso, non è che 'sti scritti siano stati scolpiti nella pietra).
Non so se funzioni, se sia giusto o altro del genere, (onestamente non so nemmeno quanto durerà), ma al momento mi pare di doverlo prendere per buono. 


Negazionisti e mostri a parte, gli uomini del mondo non smetteranno mai di restare scossi e disgustati (ma è poco) leggendo sapendo vedendo pensando all’Olocausto. È veramente troppo assurdo, troppo oltre ogni immaginazione, perché l’orrore che suscita non resti immutato nel tempo, non si rinnovi all’infinito.
Vasilij Grossman è stato uno dei primi a vedere con i propri occhi cosa i nazisti erano stati capaci di fare. Precisamente, Grossman ha visto (ma forse è più esatto che ha potuto ricostruirlo) quello che i nazisti erano stati capaci di fare a Treblinka – campo di sterminio attivo in Polonia tra il 1942 e il 1943, che visitò in veste di corrispondente di guerra dell’Armata Rossa nel 1944, pochi mesi dopo la sua distruzione da parte degli stessi nazisti che speravano così di non lasciare tracce di quanto vi era avvenuto.
Ciò che è scritto in questo, che fu prima un reportage pubblicato sulla rivista Znamia (e che fu anche esaminato come prova al processo di Norimberga) e che adesso è il libro L’inferno di Treblinka, non è raccontabile. Bisogna leggerlo così com’è, perché ogni resa del testo differente dall’accuratissima scelta di vocaboli, dalla attenta ricostruzione del suo autore, gli farebbe un torto.
Però, per capirci, chi sceglierà di leggere questo libro si troverà davanti pagine come questa: “Sceglievano donne e bambini e, invece di portarli alle camere a gas, li conducevano alle graticole. Lì costringevano le madri impazzite per l’orrore a mostrare ai figli le griglie incandescenti dove, fra le fiamme e il fumo, i corpi si accartocciavano a migliaia, dove i morti parevano riprendere vita e contorcersi, dimenarsi; dove ai cadaveri delle donne incinte scoppiava il ventre e quei bambini morti ancor prima di nascere bruciavano tra le viscere aperte delle madri. Certe scene avrebbero sconvolto le menti dei più temprati fra gli uomini, ma l’effetto era cento volte maggiore su quelle madri che con le mani tentavano di coprire gli occhi ai figli, e i tedeschi lo sapevano. […] Nel suo inferno Dante non le vide, scene come queste”.
Ciò che colpisce, oltre naturalmente all’idea che siano potute accadere cose simili in questo mondo, è pensare a come deve essere stato scoprirle queste cose. Io le ho lette sapendo – anche se non dettagliatamente magari – cosa avveniva nei campi nazisti, conoscendo la storia, quindi prevedendo cosa mi aspettava (anche se non fino a questo punto); ma arrivare in quei luoghi e rendersi conto di cosa vi era stato fatto, ascoltare le prime testimonianze, avanzare le prime ipotesi e ricostruzioni, lottare increduli contro l’attendibilità inequivocabile di quell’orrore, deve essere stata un’esperienza umana assurda e non rimarginabile. Subito dopo il brano su riportato, è lo stesso Grossman ad accennare alla sua posizione di redattore di quel documento terribile: “Leggere di queste cose è durissimo. E credetemi, voi che leggete, non è meno duro scriverne. ‘Perché farlo, allora? Perché ricordare?’ chiederà, forse, qualcuno. Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità”.

L’inferno di Treblinka
79 pagine
Adelphi
Euro 6

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