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Continua...

Questo è quanto scrivevo per il Mattino lo scorso 26 agosto.
Ora – pur premesso che sono consapevole che non tutti l’abbiano letto, e che considero nessuno o quasi sia interessato a sapere delle mie letture (estive e non) e dunque tantomeno a conoscerne esiti ed evoluzioni – mi verrebbe invece di continuare, di raccontare come è andata a finire.
E allora, senza troppi preamboli.
Posso dire con soddisfazione di aver terminato Pastorale americana, e la conclusione – la mia – è che non è il mio libro preferito, che Roth non diventerà il mio scrittore preferito, e che (vige sempre il voto di clemenza da parte vostra) alcune appesantite lungaggini un po’ mi hanno messo alla prova. Però adesso ne so abbastanza per poter lavorare tranquillamente in una fabbrica di guanti senza sfigurare. D’altro canto, comprendo perché uno poi prenda un Pulitzer con quel libro, e ribadisco che ho amato moltissimo certi dettagli svelanti e comprensivi di un’atmosfera; ancor più: d’un epoca. Insomma, bene che lo abbia letto. Direi persino istruttivo.
Di Dietario voluble di Vila-Matas non dirò nulla, tanto lo leggo così, pezzetto pezzetto. Me lo porterò dietro a lungo.
Ma veniamo, ahimé, a Memorie di Adriano. Sentite, torturatemi, flagellatemi, cospargetemi di chiodi, sputatemi, insultatemi... ma io non ce l’ho fatta un’altra volta. Lo confesso. Pure perché, se adesso dico che finalmente l’ho terminato, qualcuno potrebbe domandarmi cose e farei una figura persino peggiore di questa. Ovviamente, so che il limite è mio: non è una sciocchezza, credo, che con alcuni libri si tratti di momenti giusti, di stati d’animo e via dicendo. Certo, forse è preoccupante che i nostri non coincidano da un po’, ma insomma, ripareremo. Mi sono ripromessa – visto pure che le ho già lette diverse volte e che regolarmente mi impantanano – di saltare le prime pagine, al prossimo tentativo – così da concedermi più possibilità.
E qui, siccome già dal pezzo si diceva che i libri vanno e vengono, bisogna dire che a venire (e forse a darmi man forte nell’ennesimo abbandono della Yourcenar) è stata la sirena che mi cantava dallo scaffale dell’ultima casetta che ho affittato alla Corricella: L’isola di Arturo (sì: flagellatemi, e sputatemi e via dicendo, perché non avevo letto manco questo; e voi mò vi domanderete: ma chesta che s’ha liggiute tutta ’a vita? Eh, altre cose, che vi devo dire). Comunque, L’isola di Arturo mai letto, di Elsa Morante di cui avevo amato Menzogna e sortilegio, e che poi mi ero sentita schifosa perché non ero riuscita a rileggerlo, a Procida... ma che dovevo fare!
E così è stato. Mi concedo un sentimentalismo: l’ho letto quasi tutto a Procida, e credo che l’intento iniziale fosse terminarlo lì, come se appartenesse a quel tempo e a quella casa; invece non ce l’ho fatta, l’ultima alba ci ho provato, mi sono persino detta che avrei potuto partire con l’aliscafo successivo, ma poi mi è parsa una gran fesseria. Così ho allertato subito mia mamma che lo cercasse a casa loro (da me non lo ricordavo), e me lo sono portato idealmente a Napoli, dove le ultime pagine le ho lette sull’edizione rilegata del 1962, costo lire 2500, con il nome di mia nonna Luciana Lagazzi scritto a penna sulla prima pagina. E è andata bene così, direi.

La sto facendo come al solito troppo lunga, quindi le mie impressioni sul libro – ammesso interessino qualcuno – le scriverò in un prossimo continua...
 

 

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