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I fatti miei intorno ai Promessi sposi

Il mio primo contatto con I promessi sposi è stato alle medie, quando – per farci comprendere come si svolgeva l’incontro tra don Abbondio e i bravi – l’insegnante si mise a camminare rasente il muro dell’aula, con una postura che ricordava un po’ quella che sarebbe stata anni dopo un’imitazione di Andreotti.
Il secondo è stato al liceo: qui, la professoressa di italiano aveva come frequentissimo (direi patologico) intercalare l’uso dell’espressione “quindi dunque”. E quindi dunque, le spiegazioni sui Promessi sposi suonavano più o meno così: “Bene, allora, quindi dunque, il Manzoni qui ci dice, quindi dunque, che Lucia…”.
Il terzo è stato durante questa pandemia, quando però non ho ripreso in mano il libro (operazione che per me, per enne ragioni, sarebbe stata davvero proibitiva), ma ne ho ascoltato l’audiolibro.
Da qualche anno, amo gli audiolibri e la recente scoperta di Ad alta voce – trasmissione di Radio 3, rintracciabile su raiplayradio.it – è stata una bellezza.

A ogni modo, dalla sua ampia offerta, una decina di giorni fa, ho tirato fuori I promessi sposi.
Una scelta che ho naturalmente collegato all’averne tanto sentito parlare in questo periodo, anche se (potere della mente) non ricordavo perché. Sì, ovviamente per la peste, ma proprio non mi sovveniva; ho persino pensato che fosse stato per qualche anniversario di Manzoni.
Però – da devota dell’analisi – la spiegazione ancora non mi convinceva: doveva esserci comunque una mia personale ragione, che m’aveva spinto a scegliere proprio quel libro.
E alla fine mi sono detta che doveva essere per il titolo. Per quella promessa d’amore.
Del resto, a un certo punto di questa reclusione, mi sono detta “Quando sarà, esco e mi fidanzo!”.
Non so da dove mi venisse ’sta baldanza, visto che la cosa non mi è venuta facile negli ultimi trent’anni e che non credo le future modalità sociali la favoriranno. Ma insomma, mi sono lasciata suggestionare dal fatto che la mia ragione fosse nel titolo, e in questa disposizione d’animo mi sono messa in ascolto.
È in onore di questo approccio che ci risparmio il mio pensiero su tutti i personaggi – che, per inciso, ho detestato a turno nella quasi totalità –, limitandomi a quello sugli sposi.
La povera Lucia, che l’irruenza e lo scalpitio adolescenziali mi avevano sempre fatto snobbare, mi pare assai più solida, coerente e resistente di tanti altri, lì in mezzo. Una capace di starsene quieta, mentre tutti intorno scalciano e sbracciano e incasinano, per poi tirare dritto per la propria strada.
Di Renzo non ricordavo quasi niente e oggi ho capito perché: perché è un ottuso impulsivo e logorroico, che si fa fatica a sopportare.
Ovviamente, io, se fossi stata Lucia, lo avrei abbandonato al suo stupido destino e avrei fatto carte false per fidanzarmi con l’Innominato (anche perché, come le mie amiche sanno, ho sempre avuto un debole per gli uomini un po’ agée).

Verso metà libro, da qualche angolo assopito del cervello, è finalmente riemersa la peste. E così ho capito perché ne avessi tanto sentito parlare.
Però, quando poi ci sono arrivata al racconto della peste, ho fatto casino con l’ordine delle puntate, e così quella parte l’ho ascoltata tutta scombinata – quindi dunque, in analisi dovrò indagare questa cosa che rinnego la peste, in questo momento.
Ma la ritrosia non mi ha impedito di cogliere quanto effettivamente sia impressionante l’aderenza di certi brani e certe considerazioni e certi scenari con quanto sta avvenendo adesso. (Senza contare quel paio di coincidenze che sembrano profetiche sul lazzaretto di Milano e il 4 maggio).
Del resto, forse, verrebbe da pensare che noi questi siamo e le epidemie quelle sono.

Stare qui a dire quanto belli ho scoperto siano I promessi sposi (o, peggio, a suggerire a qualcuno di leggerli) avrebbe del patetico e del superbo.
E così lo dico a me stessa: sono di una bellezza che io non ricordavo minimamente, ogni parola ha un’armonia così profonda da essere a tratti stordente. Ogni descrizione dell’animo umano e delle sue reazioni, delle storture politiche e sociali, è un concentrato di acume, ironia, lucidità, sensibilità.
Nel massimo dell’entusiasmo, mi sono persino detta che sarebbe il caso di rileggerli ogni anno. (Non lo farò, lo so. Del resto, a seguire, ho attaccato l’ascolto di Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace, e mi pare sufficientemente profetico pure lui).

Infine, quindi dunque, avendo sciorinato vari insulsi fatti miei in merito, ci metto anche una cosa che non ha mancato di commuovermi.
Io, ascoltando I promessi sposi, a tratti mi sono sentita così:
“Lucia fece gli occhi rossi, e sentì in cuore una tenerezza ricreatrice; come già da’ discorsi di prima aveva ricevuto un sollievo che un discorso fatto apposta non le avrebbe potuto dare. L’animo attirato da quelle descrizioni, da quelle fantasie di pompa, da quelle commozioni di pietà e di maraviglia, preso dall’entusiasmo medesimo del narratore, si staccava da’ pensieri dolorosi di sé; e anche ritornandoci sopra, si trovava più forte contro di essi. Il pensiero stesso del gran sacrifizio, non già che avesse perduto il suo amaro, ma insiem con esso aveva un non so che d’una gioia austera e solenne”.
E non mi riferisco necessariamente ai tempi della reclusione.

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