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Rapporti asimmetrici

 Famoso soprattutto per la sua prima parte, questo libro mi ha riservato la sorpresa della seconda: inattesa e forse migliore – più completa, articolata, più piena.
Andiamo però con ordine: Asimmetria (Feltrinelli, pagg. 281, euro 17), primo romanzo di Lisa Halliday, si compone di tre parti.

Follia apre raccontando la relazione della giovane Alice con l’anziano scrittore Ezra Blazer, da cui la separa una abbondante quarantina d’anni. La storia è ispirata a quella che l’autrice ha vissuto con Philip Roth – e ecco la ragione per cui questo segmento è così noto. 
Ma, dati autobiografici a parte, siamo davanti a un racconto. Racconto che mi pare avere qualcosa di trattenuto, ma dal quale sembra emergere piuttosto bene la subordinazione di Alice di fronte a Blazer. Basterebbe simbolicamente (anche se non esaustivamente) segnalare come la Halliday richiami ripetutamente l’attenzione sul “NUMERO PRIVATO” da cui riceve le telefonate dell’amante. E non bastano i vantaggi della giovinezza a ribaltare questo rapporto di forze. 
A emergere, ancora, è il corpo dello scrittore: le numerose descrizioni, direi quasi l’indugiare sulla sua decadenza fisica, sui suoi dolori, sui problemi di salute. Non so se leggerci una forma di tenerezza o piuttosto di vendetta, o se devo attenermi semplicemente all’idea di una realistica trasposizione di questo aspetto che deve essere stato tanto ingombrante nella loro relazione. 

 

Pazzia vede protagonista Amar (che si racconta in una prima persona che l’autrice evita per la propria storia autobiografica): l’uomo viene fermato per controlli all’aeroporto di Londra, mentre vi transita per raggiungere l’Iraq, dove si sta recando per la scomparsa (la scomparsa, non la morte, o quantomeno non ancora) del fratello. Il suo doppio passaporto, iracheno e americano, e il fatto di provenire dagli Stati Uniti non sono sufficienti a garantirgli un breve soggiorno di passaggio nella capitale inglese. 
La assurda e sospettosa burocrazia con la quale si trova a fare i conti lo tratterrà lì, e quel tempo diventa lo spazio per raccontare non solo le vicende del fermo, ma soprattutto la propria storia, intrecciata a tratti con quella del proprio Paese d’origine. 
Qui la scrittura sembra più libera. Il ritmo è più avvincente, e l’intrecciarsi di più piani contribuisce a rendere più completo e appassionante il racconto. 

 

Desert Island Discs con Ezra Blazer è la terza e ultima parte: sulla falsariga di un reale programma radiofonico inglese, in cui l’ospite elenca gli otto brani musicali che porterebbe con sé su un’isola deserta, la Halliday ricostruisce una puntata appunto con Blazer. 
Anche qui il ritmo è sostenuto e divertente, i dialoghi sono vivaci e incalzanti. 
In un’intervista, l’autrice ha dichiarato che questa conclusione avrebbe potuto fornire al lettore una chiave di comprensione, di collegamento tra le storie precedenti. Quale immaginava, o desiderava fosse, non so. Però, a me una cosa è venuta in mente, e mi pare avere a che fare proprio con la asimmetria del titolo. 
Ezra Blazer nella vita di Alice mi si è rivelato come il corrispettivo della burocrazia inglese in quella di Amar. Alcuni suoi comportamenti in Follia e alcune sue risposte nell’intervista finale ne mostrano una parte inamovibile e sorda al prossimo, che non si discosta molto dalla sordità del sistema burocratico. 
In questo senso, Alice e Amar sembrano entrambi tenuti, imbrigliati in qualcosa che non hanno gli strumenti o forza sufficiente per gestire. 


Io ho pensato di costruirmi anche una quarta parte, per questo libro. Non sono un’esperta di musica e le mie selezioni sono spesso discutibili; questo mi rende però anche aperta a essere sollecitata dalle selezioni altrui. Così, mi riprometto ancora un passaggio: dedicare un pomeriggio all’ascolto degli otto brani che Ezra Blazer sceglie di portare con sé sull’isola deserta.

 

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