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Brevemente risplendiamo sulla terra

È già nei primi due capoversi che al lettore vengono consegnati (i) due elementi portanti di Brevemente risplendiamo sulla terra – romanzo d’esordio (prima, ha pubblicato raccolte di poesie) di Ocean Vuong.
La madre, cui il libro è dedicato, ma anche scritto, in forma di lettera.
E – attraverso l’immagine delle farfalle monarca, che ne sono efficace simbolo (il fenomeno è oggetto di studio e non ancora del tutto compreso) – la migrazione.
Credo che la migrazione abbia sempre a che fare anche con il ritorno a casa. Casa intesa non solo come terra d’origine cui si spera un giorno di riapprodare, ma come sentimento di ritorno a se stessi nella terra d’accoglienza.
Vuong percorre entrambi i viaggi: quello che lo riporta in Vietnam, insieme alle spoglie della nonna Lan, e quello che compie nelle vite delle due donne con cui è cresciuto e dunque nella propria.
E sono infatti le due donne a occupare molti dei pensieri e delle pagine dell’autore – i loro ricordi e i loro traumi, la guerra, le violenze, la fatica, la difficile integrazione ma anche le opportunità, certe pudiche tenerezze, i racconti densi e talvolta inafferrabili di Lan, il disturbo post-traumatico di Rose con i suoi eccessi opposti.

Ma protagonista – ricorrente e doloroso – è anche Trevor: l’amore, un pezzo di storia d’America che vede nell’abuso di medicinali oppioidi la verosimile ragione del dilagare delle tossicodipendenze, la scoperta del sesso. Un sesso raccontato a tratti in maniera così dettagliata e remissiva da essere lacerante.

E io credo che questo conduca a quello che, se non il vero, è il più coinvolgente protagonista di questo libro: il linguaggio. O la lingua, le parole, in senso più ampio l’idea del dire e del dirsi, del comunicare.
Lo è in quel ribaltamento precoce dei ruoli, in cui Ocean bambino si fa maestro e traduttore per la madre nel nuovo paese, di cui lei non conosce (e non conoscerà mai del tutto) la lingua.
Lo è nello stile scardinato ma coerente. Che sembra restituire pure un andamento anomalo del tempo, che – pur nella ricostruzione cronologica, nell’aderenza al passato e al presente – sembra a tratti astratto, definitivo, in un certo senso fuori dal tempo.
Ma, soprattutto, lo è nelle parole.
Parole così precise da sublimarsi. Parole che sembrano definire per se stesse nuovi significati: significati e immaginari estremamente privati dell’autore, ma capaci di essere totalmente comprensibili e evocativi anche per il lettore.

Forse, però, l'essenza ultima è racchiusa in questa confessione di Vuong alla madre: “Riesco ad avere il coraggio di dirti quello che viene dopo solo perché le possibilità che questa lettera ti arrivi sono scarse, la tua incapacità di leggerla è tutto ciò che mi rende possibile scriverla”.
Perché, al di là del nostro desiderio e del nostro bisogno, della nostra intenzione, può darsi che tutta la verità sia davvero indicibile. O inascoltabile. 

 


Un post scriptum un po’ odioso, da maestrina puntigliosa. Che però, a proposito di parole, forse ci sta.
Sono un po’ fissata con errori e refusi, che infatti spesso annoto pure mentre leggo. E, se uno scrive beneficienza con la i in mezzo per ben due volte (che farebbero pensare all’errore più che al refuso) – ovunque, ma in un libro peggio – io onestamente mi avvilisco.

 

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