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Missione in Albania

Un generale e un prete vengono inviati in Albania con una missione macabra e poetica: recuperare le spoglie dei soldati morti lì durante l’occupazione avvenuta vent’anni prima a opera del proprio Paese. Il generale e il prete sono italiani; il Paese è dunque l’Italia. Questo importa e non importa allo stesso tempo, secondo me. Importa a noi che siamo italiani, perché ci pungola e ci sentiamo più parte in causa. Ma ai fini ultimi del libro non mi sembra determinante. 

Il libro è Il generale dell’armata morta di Ismail Kadaré. Libro che mi è piaciuto.
Le sue pagine sono pervase da un’atmosfera rarefatta e gravosa insieme, triste, umida, avvilita, fatta di terra bagnata. Un’atmosfera sospesa, che porta spesso a immaginare di trovarsi in una dimensione altra (non semplicemente metaforica), salvo poi tornare concreta e tangibile.
Scorrono tanta pioggia, tanto cognac e tante parole. Molte di queste sono i giudizi del generale e del prete sul popolo che li ospita, e che diventa a sua volta protagonista di questo racconto. Kadaré, da albanese (scrittore tra i più noti nel e del suo Paese), scrive qui degli albanesi perlopiù (ma non solo) attraverso le voci straniere – e in questo modo sollecita a stare attenti, impone una riflessione in più, spinge a chiedersi di chi sia realmente quel giudizio e a non acquisirlo passivamente. O almeno: con me è successo così; forse pure perché l’Albania mi interessa, come la sua gente. Mi incuriosisce e mi fa pensare.
Non starò qui a sciorinare quali caratteristiche penso di aver colto di questo popolo che io credo essere più complesso di come certa attualità (e non mi riferisco esclusivamente alla cronaca nera) lasci intendere; non starò qui a sciorinarle perché sono interpretazioni soggettive che lasciano il tempo che trovano, e perché ciascuno delineerà le proprie in un’eventuale lettura (o con qualunque altro, eventuale, mezzo). Però voglio (e devo) tornare al messaggio, ossia a quei fini per i quali non mi sembrano determinanti i popoli in questione.
E il messaggio è che la splendida immagine di un esercito di salme è – rispetto alla sua versione di venti anni prima – solo per convenzione quella funebre tra le due.
L’armata morta – che è un’armata pure lei in divisa, poiché i resti sono raccolti in sacchi tutti uguali e contrassegnati da numeri identificativi – è in qualche modo persino più vitale della sua variante viva. Perché la guerra rende morti. La guerra è fatta da e di morti. A prescindere. 


Il generale dell’armata morta, Ismail Kadaré 
Longanesi, 223 pagine, 16 euro

 

 

 

 

 

 

 

 

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