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Letture di bar

È un po’ che non scrivo. Sono stata molto presa da alcune cose, e poi dal successivo senso di svuotamento.
Ma i libri sono sempre una buona soluzione.
L’estate scorsa in famiglia, uno dietro l’altro, abbiamo tutti letto Open – l’autobiografia di Andre Agassi, che mi era stata prestata dal mio amico Nicola (a Stromboli). Per una serie di ragioni (il tennis, Agassi, la mia curiosità verso approfondimenti e retroscena delle vite o dei fatti di cronaca soprattutto se a me coevi), i presupposti perché potesse interessarmi c’erano. Ma devo dire che a tirarsi la lettura, lì, credo siano soprattutto il ritmo e i modi accattivanti della narrazione.
Il libro l’ho restituito, ma ricordo con una certa chiarezza che Agassi ringraziava in maniera sostanziosa J.R. Moehringer per l’apporto fondamentale alla stesura. Moehringer è in pratica il ghost writer di Open; e anzi: onore ad Agassi, che lo ha praticamente spiattellato. Mio fratello Giuseppe (che è l’unico che ho, ma lo presento a beneficio di quei due o tre che dovessero capitare qui per caso e non ci conoscessero) ha scoperto che J.R.M. aveva già scritto Il bar delle grandi speranze (peraltro pure questo un’autobiografia, ma la propria), lo ha letto e apprezzato, e me lo ha prestato. E così arriviamo al libro in questione.
Per prima cosa, siccome siamo partiti da Open, bisogna dire che una volta letto Il bar delle grandi speranze si capisce tutto l’apporto di Moehringer all’altro – perché vi si riconoscono immediatamente quel ritmo e quei modi che ti prendono e non ti fanno spegnere la luce la sera per proseguire nella lettura. Dirò poco – e cioè che la storia è avvincente (o lui ha saputo renderla tale), che è piena di personaggi che è divertente incontrare, che lo sguardo è ironico e delicato, che c’è tanta umanità – in ogni senso. Le ragioni per cui dico solo questo poco sono che la storia non va sintetizzata, fatta com’è degli episodi che la compongono nell’orchestrazione decisa dall’autore; che i personaggi non vanno anticipati, perché è piacevole incontrarli via via che compaiono nella sua vita; e che lo sguardo che ci ho colto potrebbe semplicemente dipendere dal mio – ciascuno avrà il proprio, se lo leggerà.
C’è però una cosa che vorrei aggiungere, che mi ha intenerito nella narrazione e dunque nella vita di J.R. (o JR, come a lungo ha cercato di chiamarsi); ossia il suo rapporto con il bar – protagonista del titolo, e del resto. L’idea del bar come rifugio, come riparo; più ancora: il sentimento, che il bar sia il posto che ti accoglie e difende. Che i suoi avventori e l’alcol siano un porto sicuro. Perché quel sentimento parla delle persone, delle loro insicurezze, dei desideri, e non solo del loro rapporto con il bancone.
Io amo i bar, ne sono frequentatrice convinta, e sarei anche più assidua se paturnie e fissazioni me lo consentissero (quindi forse meglio averne, chi sa). Così, alcuni passaggi mi hanno fatto sentire delicatamente scoperta. Certo, la sua esperienza è più netta ed estrema della mia, ma le sensazioni restano.
Il bar di Moehringer è il Publicans (già Dickens), io sono indecisa. Se seguo il suo criterio – diciamo un criterio basato sul legame affettivo e sulla frequentazione serrata – ne ho avuto più d’uno credo, ma comunque pochi e ben riconoscibili. Però, non so, mi piace di più l’idea che quello delle grandi speranze sia per me ogni bar che mi ha accolto al momento giusto. 

Il bar delle grandi speranze, J.R. Moehringer 

Piemme, 486 pagine, 11.50 euro

 

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