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La figlia – di Clara Usón

La figlia di Clara Usón è un libro splendido. Grandioso, per l’enormità della sua portata umana e storica.
Un libro con la tempra del grande classico; saggio, colto, ironico, e ancora visionario e immaginifico, avvincente e ricco, istruttivo, delicato, emozionante, creativo e mutevole. 
Un libro che fa venire voglia di leggere, e di scrivere (entrambe le cose bene); e che fa provare rabbia. 
La figlia è la figlia di Ratko Mladic, il boia dei Balcani.

Quando ci fu la guerra – meglio: quando ci furono le guerre (perché in realtà ce ne furono a ripetizione in quei primi anni Novanta) nell’ex Jugoslavia, io avevo intorno a vent’anni. Le ricordo, ma devo confessare di ricordarle vagamente: il senso di disagio e credo anche di paura all’idea di un conflitto tanto violento e tanto vicino, le notizie approssimative, le immagini televisive, i caschi blu che non avevo mai sentito nominare prima... poco di più. Limite mio, indubbiamente: immagino ci fossero miei coetanei più attenti di me, che approfondirono e che ne sapevano abbastanza. Anche se sembra che le strategie politico-militari (se così vogliamo chiamarle) di Milosevic e dello stesso Mladic e dei loro complici confondessero le idee a molti (e a molti che preferirono farsele confondere).
Comunque: il libro spiega assai bene come andarono le cose, e quel periodo ne è dunque lo sfondo.
Ma il romanzo (perché in ogni caso di questo si tratta) non si intitola La figlia per depistare il lettore: la protagonista è la giovane Mladic, e buona parte della storia riguarda dunque lei. Una storia che comincia come comincia il libro. La Usón infatti, nelle prime pagine, dà conto delle proprie ragioni: parte dalla visione di un filmato su youtube, e dalla curiosità che le scatena ciò che ci trova e soprattutto non ci trova.
Da lì ha principio un lavoro di ricognizione di notizie, di studio, lettura, indagine; e anche naturalmente di ricostruzione – una ricostruzione affidata alla propria sensibilità, alle proprie idee, a quella libertà di riempire vuoti che il racconto le concede.

La storia della figlia di Ratko Mladic è a molti già nota probabilmente, o in ogni caso basta cercarla in internet per sapere come andò la vicenda nelle sue grosse linee (che peraltro è esattamente quanto raccontato nelle prime pagine dalla Usón); per cui – anche se mi piacerebbe lasciare a chi sta leggendo o vorrà leggere questo libro l’assoluta e ariosa inconsapevolezza di certi inizi – né dirò qualcosa.
Si può davvero non sapere, non capire? Avere una fiducia così cieca? Io non lo so, onestamente. Ma penso di no. Eppure tutto sembra dire di sì, almeno fino a un certo punto di questa vicenda.
Lei ama suo padre e ne è riamata in maniera assoluta (ma è vero amore quello che mente alla persona amata e la manipola; e di che materiale è l'amore che prova un uomo di tale ferocia?); lei gli crede e crede alla sua buona fede, alla sua nobiltà d’animo e al suo onore in battaglia. È una ragazza in gamba, studiosa, piacente e corteggiata, allegra; il suo personaggio è costruito (la sua persona era perfetta, devo immaginare) per incarnare la tragedia che vivrà. Io non sono riuscita ad amarla, confesso: è troppo convintamente nazionalista, ha dimestichezza con le armi, non si domanda abbastanza, si mantiene cieca. E questo è difficilmente perdonabile in tanto orrore. Ma forse lei si riabilita proprio non perdonandosi e infliggendo al padre il peggior castigo possibile. Peraltro con un atto che è anche simbolico, per la scelta del mezzo con cui si suiciderà.
Ci sono diversi passaggi simbolici forti; e ce ne pure sono di creati ad hoc credo, ma ugualmente efficaci.
Il racconto – che è costruito straordinariamente bene – alterna momenti nei quali, attraverso storie antiche, si ripercorre e ricostruisce il mito del serbismo ad altri nei quali si segue la protagonista, ad altri ancora in cui l’autrice si concede delle digressioni curiose e creative che arricchiscono la materia e non ne minano minimamente l’equilibrio perfetto su cui si regge. Tutti questi momenti sembrano poi convergere in certi incastri, creando una grande storia esemplare e tragica, un romanzo classico e allo stesso tempo un reportage accurato e illuminante. 

Io sono stupida, quindi mi sono affezionata a delle curiosità piccole (che, a meno di conoscere Clara Usón in persona, dubito potrò soddisfare).
Mentre mi affido docile ai tratti emotivi e psicologici dei personaggi (anche a quelli che hanno minore possibilità di essere stati ricreati “sul modello”) – perché sono plausibili, pieni, intensi; e poi perché mi fido della capacità umana di ricostruirli se si è persona intelligente e sensibile (e l’autrice mi pare esserlo senza dubbio) –, mi imbambolo invece su dei dettagli di “contorno”.
Così mi domando ad esempio se la Mladic abbia mai davvero letto Tolstoj e se l’abbia davvero segnata, se abbia scoperto in quei modi la verità, se – e qui (giuro) chiudo, con una curiosità che diventa coincidenza (io sono affascinata dalle coincidenze) – stesse davvero (era studentessa di medicina) preparando l’esame di medicina legale nei giorni in cui si suicidò. 
In quelle pagine sono riportati (perché funzionali alla trama, e questo mi fa pendere per il no alla domanda sulla realtà di quegli ultimi studi) dei brani che in qualche modo ho corretto pochi mesi fa: mio padre è medico legale, e quest’estate l’ho aiutato a correggere le bozze di un nuovo manuale, nelle quali ho ripulito i refusi di passaggi del genere “In questo tipo di lesione gli elementi da osservare sono: orletto di detersione, alone contusivo, tatuaggio e alone di affumicatura. Lo studio di questi elementi permette al medico legale di stabilire le caratteristiche delle lesioni di ingresso...” – che chi (nonostante me) leggerà il libro (La figlia, non il Manuale di medicina legale) troverà a pagina 343.

La figlia, Clara Usón 
Sellerio, 485 pagine, 16 euro
 

Ho fatto uno sforzo pazzesco per non nominarla mai, e chi (sempre nonostante me) leggerà il libro, credo capirà (e forse apprezzerà) perché. 
 

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