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La linea di fondo – di Claudio Grattacaso

Sono allo stadio (quindi il San Paolo) e l’arbitro (che, si sa, è sempre cornuto) ci fischia contro una punizione inesistente. Lo stadio fischia pure lui, urliamo, ci sbattiamo. Poi io mi fermo – mentre gli altri sbraitano ancora con gli occhi fissi sul pallone, sperando si perda nel nulla o venga intercettato da uno dei nostri – e penso (lo penso soltanto, guardandomi bene dal dirlo ad alta voce) che tutto sommato potrebbe essere una cosa buona. Valuto che da quel tocco scaturiranno tocchi imprevisti – impossibili sino a quel momento, necessariamente diversi da quelli che si sarebbero susseguiti senza quella pausa – che potrebbero portare all’assist giusto, al gol, addirittura alla vittoria.
Da quella punizione dunque, da quella decisione, quel punto di rottura, quella virata, è iniziata una partita tutta nuova – e chi ci dice che non sarà quella buona?
Ugualmente: sono allo stadio, e ci fischiano a favore un fallo che non c’era. Per questo si fa decisamente meno casino, eppure in me aleggia un cattivo umore. A parte il fatto che detesto le decisioni arbitrali ingiustamente a favore, perché non mi piace si dica che il Napoli ha rubato; ma pure quella decisione darà vita a una partita nuova – e chi ci dice che non sarà quella sbagliata?
Sono nella mia vita, e penso così di quasi ogni respiro, di ogni più piccolo gesto che inevitabilmente informerà il futuro (anche il più remoto): da quel momento sarà una vita nuova, diversa – e non basteranno novanta minuti per scoprire se sarà quella buona o quella sbagliata.
Circoscrivere il dubbio e l’attesa allo stadio e ai suoi novanta minuti orientativamente non dovrebbe portare dritti al manicomio; applicarli alla vita, alle parole dette o non dette, ai gesti compiuti o non, ha invece ottime opportunità di farlo.
Credo sia lo spirito di sopravvivenza (attraverso respiri profondi, dimenticanze, cicatrici) a spingerci a scavalcare, seppur talvolta inciampandoci, l’ossessivo rimuginìo riguardo alla causalità.
Ma quando il gesto dà immediatamente risposta, quando mostra con evidenza il suo effetto, talvolta gigantesco, cosa succede?

Lo so, sembrerà un principio (incipit e convinzione) folle, ma non credo sia del tutto peregrino. Non lo è per quanto riguarda il mio sentire (ma questo conta poco), e credo non lo sia neppure per quanto riguarda questo libro – che si chiama La linea di fondo ed è scritto da Claudio Grattacaso.
Qualche tempo fa sono stata alla sua presentazione; me ne aveva parlato un amico comune, ci sono andata con piacere, e con un piacevole appagamento me ne sono tornata.
Perché ho conosciuto Claudio – che mi è sembrato una persona a modo e sensibile, e perché ho scoperto questo libro – che mi sembra bello, e umano e ben scritto. Un libro dalla lingua interessante e precisa, (ac)curata; ricco di immagini che riportano alla mente e alla memoria sensazioni, ricordi, sentimenti, cose che condividiamo, che ci appartengono, ci sono appartenute o potrebbero appartenerci. 

La linea di fondo parla di calcio, e parla soprattutto degli effetti, delle conseguenze delle azioni.
A me piace il calcio, mi diverte; e mi appassionano i dietro le quinte, i retrobottega, gli interni delle vite delle persone. Mi è piaciuto quindi leggere di Josè Juliàn Pagliara, detto Freccia (che è un bel personaggio), della tristezza di aspettative disilluse, di gambe rotte e delusioni, di vite che arrancano, di solitudine, ma anche di tanta amicizia, di una solidarietà che appare quasi più inevitabile che deliberatamente scelta, eppure non perde il proprio senso.
Non voglio svelare cose, anche perché Claudio Grattacaso fa una scelta ben precisa nello scoprirle nel modo e nei tempi che lui ritiene esatti (e che funzionano, secondo me).
Posso però dire che di eventi determinanti io ne ho riconosciuti più d’uno in queste pagine, e – seppure di entità differenti – sono di quelli che la vita te la cambiano. Di quelli che mandano al manicomio, per capirci. 

La linea di fondo, di Claudio Grattacaso 
Nutrimenti, 256 pagine, 16 euro
 

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