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KOM 011

Se ieri sera ho speso quindici euro per vedere al cinema Vasco Live Kom 011 (il film del concerto dell’anno scorso a San Siro, che peraltro penso di comprare anche in dvd), una ragione c’è.
Stretta stretta è che, pur desiderandolo, non andai a Milano a vederlo dal vivo; quella larga la racconto forse un’altra volta (e anche di Vasco in quanto Vasco parlo un’altra volta), altrimenti scrivo troppo. Non ci andai, e ancora mi pento. Tanto che ieri ero incerta, perché pensavo che il film mi avrebbe fatto rabbia, e che avrei pensato ogni tre secondi “Io potevo stare là, e invece non c’ero”. Comunque, alla fine, nel dubbio, ci sono andata.
Al botteghino ho chiesto: “Ci sono ancora biglietti per Vasco?” – come una quindicenne. Avevo anche una felpa col cappuccio (per fortuna, almeno, con il cappuccio abbassato) – così la regressione appariva completa. E infatti ci sono ottime probabilità che scriverò pure come una quindicenne – con dei fichissimo (sono pur sempre un’adolescente della mia epoca), e delle k sparse qui e là.
Istintivamente – non riflettendo sul fatto che non stavo andando al cinema ma a un concerto – mi sono seduta abbastanza dietro, lontana dalle altre persone.
La scritta KOM 011 con cui si parte è massiccia, e colpisce allo stomaco.
Io ho fatto per un bel po’ l’andirivieni tra la freva (kappa) per non essere stata al live vero (ogni volta che era inquadrato il pubblico) e la soddisfazione di aver scelto di assistere almeno al film (ogni volta che era inquadrato Vasco – anche se qui mi frustravo con: “Non si sta rivolgendo a me, ma a loro che stavano là”).
Poi, a Dici che ho pianto (e pensato che dovrebbe insegnarmi qualcosa). E allora ho valutato che basta, perché mi stavo emozionando e quindi qualcosa funzionava comunque (kappa).
Vasco a sessant’anni fa Non l’hai mica capito (che di anni ne ha più di trenta) con una freschezza che sembrano lui ventenne e lei scritta ieri. E poi è il solo che può piazzare sul palco delle ballerine loliteggianti e allusive senza risultare sgradevole, o un garibaldino moribondo che sventola un enorme tricolore senza risultare retorico o paraculo.
Vasco per me non ha pari. Kappa; ma – anche se ho detto che non avrei parlato di lui in quanto lui, e infatti mi sto trattenendo da morire – questo almeno devo dirlo. E Vasco ai concerti è oltre. Kappissima.
Tra le altre cose, lo guardavo e pensavo che io vorrei muovermi come lui, camminare come lui, avere la sua postura, sorridere come lui, vestirmi come lui. Solo che, non essendo lui, sarei veramente inguardabile. Senza contare che forse sembrerei lesbica – il che, di per sé, non sarebbe manco un problema; ma la mia vita sentimentale è già nulla così, se poi ‘sti uomini pensano pure che so’ lesbica, è andata.
Di Vivere o niente non si può dire niente. Kappa.
Io ho cantato (quasi) come se stessi al concerto.
Qualche fila più avanti c’erano due ragazze che cantavano pure loro. E mi sono detta che avevo sbagliato a mettermi dietro, perché sarebbe stato più bello cantare insieme.
Forse oggi torno a vederlo, e mi siedo vicino alle persone.

 

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