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Don't clean up this blood

Quando uscì Diaz, il film di Daniele Vicari sul pestaggio alla scuola omonima durante il G8 di Genova, ci riflettei e poi mi dissi “Col cazzo che lo vado a vedere ‘sto film”.
Lo dissi perché io da un po’ di tempo – a differenza di quanto mi capitava fino a qualche anno fa, che al cinema potevo vedere (a parte gli horror de paura) qualunque nefandezza e brutalità – non riesco più a sopportare la violenza (cosa che comincia a succedermi anche con i fatti di cronaca, ma non con Tarantino). Mi fa proprio stare male, male fisicamente. (E Diaz mi sembrava rientrare perfettamente tra quelle sollecitazioni che fanno troppo male e troppa rabbia).
Quando sono stata l’ultima volta a Stromboli un giorno ne abbiamo anche chiacchierato con Andrea e Gabri – perché lei mi stava dicendo che le capita uguale – e sono venute fuori due teorie. La mia era che siamo già troppo sovraccarichi di brutture e angosce per sottoporci volontariamente all’esibizione della violenza, che la gravosità e l’orrore di quanto succede nel mondo e che ci passa dentro oramai per osmosi non lascino spazio per altra violenza. Quella di Andrea era invece che c’entrava l’età, ossia da più giovani abbiamo la sensazione che quella violenza possa in qualche modo insegnarci qualcosa, stimolarci, innescare un meccanismo di reazione forte e vitale in noi; mentre a un certo momento questa aspettativa decade e se ne vede solo la gratuità. Le teorie mi sembrano tutte e due plausibili, o forse tutte e due una stronzata (con tutto il rispetto per Andrea); comunque le ho riportate giusto per.
Quindi torno al film, perché invece l’altro giorno l’ho visto. Mi sono convinta perché credo di stare cercando qualcosa di me, e come compitino ho fatto pure questo.
Premesso che non era la prima volta che mi documentavo, vedevo, leggevo, riflettevo su quegli episodi (ma c’è un momento nel quale uno pensa una cosa che gli viene di dire, e poi io ce l’ho adesso questo spazio, quindi prima le cose me le tenevo più per me); e premesso che non mi pare un capolavoro – ho selezionato soprattutto due reazioni.

La prima è il previsto senso di vomito. Il fastidio anche fisico nel vedere quelle scene, nel pensare che c’è gente che ha valutato di poter ordinare quello scempio e gente che ha pensato di poterlo davvero mettere in atto. L’immaginare le vite di quei ragazzi, di quelle persone, dopo quella notte.
Qui giustamente – a differenza di quanto avviene nel libro di Gazzaniga, che è tutto calibrato per dare una lettura in equilibrio (che ci sta pure, sotto certi aspetti, in quel contesto) – non si riesce proprio a vedere l’altra faccia della medaglia. La rabbia, lo schifo, il senso di impotenza e di squallore, l’incredulità e la condanna sono troppo potenti.
Le forze “dell’ordine” mostrano totale mancanza di dignità – non solo di umanità – perché un uomo che ha dignità quelle cose non riesce a farle.
Qui vengono in mente solo gli Aldrovandi, e torna in mente che in questo Paese la giustizia non è uguale per tutti, e che i celerini dovrebbero portare il proprio numero sulle giacche e sui caschi e poter essere identificabili. 

La seconda è che questi – lo uso in maniera ostentatamente generica per definire chi ci governa, chi governa i Paesi che abbiamo intorno, chi “decide” nel mondo – fanno tanto parlare di euro, di se l’Italia ha lo spread così o colà, si discute del nostro debito per non farci sbattere fuori dall’Europa (per carità, le persone che muoiono di fame sono una tragedia, ma ora il discorso è un altro)... e io mi dico “Diavolo, ma se quelli fossero Paesi civili davvero, come vogliono farci credere con quest’arietta che ci insegnano sempre tutto, era allora che ce ne dovevano mandare dall’Europa. Dopo aver saputo cosa è successo alla Diaz e a Bolzaneto, dovevano cacciarci, e non ritenerci più un Paese con cui dialogare – di euro o altro che fosse”. E invece hanno pensato che gli abbiamo mezzo risolto un problema. Bella merda.

Mi sembra di tornare in qualche modo al principio di questo pezzo, mentre mi trovo a domandarmi come si fa a vivere decentemente in un mondo così.

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