turnup.biz
benedettanapoli
vena cava

Altro in questa categoria

17 Luglio 2014

10 Maggio 2014

10 Febbraio 2014

26 Agosto 2013

17 Maggio 2013

6 Maggio 2013

12 Gennaio 2013

23 Novembre 2012

21 Novembre 2012

19 Novembre 2012

È primavera, svegliatevi bambine

Una decina di giorni fa sono stata a vedere Pina Bausch al San Carlo. Nel senso – naturalmente, essendo lei morta – che sono stata a vedere dei suoi lavori: Café Müller e la Sagra della primavera.
Eravamo un gruppetto interessante ed eterogeneo, e questo ha contribuito al piacere della serata; ma, siccome non ho la forza di farla tanto lunga e siccome una serie di cose, taglio corto e passo a quello che ho visto. O, forse è più esatto, mi è arrivato addosso.

Faccio il mio solito paio di premesse.
Una è che io non sono affatto una grande esperta di Pina Bausch, né di danza, né di teatrodanza – e pure di una lunga serie di altre cose. Questo significa, ovviamente oltre al fatto che non sono esperta quasi di niente, che non ho da dire nulla di tecnico o di particolarmente sensato.
L’altra è che buona parte del primo pezzo (Café Müller) me la sono intossicata, causa rumori nel teatro. Café Müller contiene diversi momenti di silenzio, il che rendeva la cosa ancora più atroce. Non voglio aprire adesso neppure il capitolo sul silenzio, quindi dirò solo che colpi di tosse, rantoli (purtroppo non definitivi), aggiustamenti sulle poltrone, scartocciamenti di caramelle (che forse sarebbero dovute andare a neutralizzare tossi e rantoli, ma che di questi erano persino peggio) mi hanno fatto sentire in imbarazzo, mi sono vergognata e irritata, arrabbiata e dispiaciuta; e ho immaginato la compagnia nei camerini dopo il balletto dirsi: “Bene, è così che si regolano a Napoli nei teatri. Scemi noi che ci siamo venuti”. E invece non è vero, perché non siamo tutti così. 
Questa ultima preoccupazione, a ogni modo, è stata consolata dall’applauso finale: lunghissimo, convinto, sincero, emozionante, potente. Almeno.

Scrivendo scrivendo ci ho riflettuto: non mi metterò a disquisire a vanvera, mi limiterò a due aspetti per così dire laterali.
Mi limiterò a dire che ho assistito a un "momento" (altre definizioni non mi sembrano reggere) che mi ha lasciato tramortita, e che – se non fosse sembrata un’ostentazione, e se io non fossi troppo imprecisa per resistere davvero a non parlare con i miei amici – mi avrebbe lasciato muta per un bel po’.
Però ve li faccio vedere, così traete da soli le vostre conseguenze. Qui Café Müller. E qui La sagra della primavera.
E mi limiterò a dire che il pensiero che più prepotentemente si è fatto largo in me è andato al lavoro di quei ballerini, alla evidenza assoluta della loro serietà e della loro dedizione, forse (non necessariamente) della loro passione. Una sensazione enorme e fortissima, che in linea di massima ha vinto persino sulla bellezza: la stima, l’ammirazione, anche l’invidia per quella serietà e quella dedizione che ti riempiono la vita. Immediatamente accanto, ancora una volta, la censura, gli interrogativi: su cosa stia facendo e come, su dove stia andando; la confusione, la sensazione di nulla, la mancanza, l’immobilità.
Quello che ho provato è tutta roba che dovrebbe e vorrei mi fosse di ammonimento ed esortazione; tutta roba che forse purtroppo esaurirà il proprio effetto in poco tempo, sopraffatta dalla mia difficoltà a consentirmi di vivere. 

Però di esempi ce ne sono anche più vicini, più quotidiani – per fortuna.
Non ne parlerò qui, perché riguardano persone che (a diversi livelli) conosco, e sarebbe indiscreto. Senza contare che a qualcuno la mia stima e la mia piccola gratitudine (piccola in quanto rapportata alla mia piccola e faticosa reazione, non alla grandezza dell’esempio) posso (e preferisco) esprimerle di persona. 

facebook