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Uno sguardo un po' spento

Giuro che mi dispiace (anche se del mio giudizio non importa niente a nessuno). Perché l’operazione sembra avere un nobile intento – ossia quello di registrare, e stimolare direi, il rapporto tra italiani e nuovi italiani (gli stranieri che qui vivono); e non dubito che chi ci si è dedicato l’abbia fatto con entusiasmo e convinzione. Ma mi sa che qualcosa è andato storto.
Sto parlando del primo cortometraggio messo in rete dal progetto Lettere italiene. Sguardi dall’Italia che cambia: si chiama L’importanza di essere in sintonia con l’universo, e questo primo sguardo è albanese. L’Albania, dunque, torna. E torna un po’ perché il caso ha voluto che, mentre scrivevo di Kadaré, mi imbattessi in questo video sul Corriere; e un po’ perché si sarà capito che a me interessa.
Le ragioni analizziamole un’altra volta, ma almeno una la dico. L’Albania, durante la seconda guerra mondiale (torna pure lei), rifiutò di consegnare gli ebrei presenti sul suo territorio e i loro nomi ai tedeschi. Di più: li nascose – ospitandoli nelle proprie case e fornendo loro identità false; ne accolse altri provenienti dall’estero – fino a contarne duemila e oltre a fine conflitto (al suo principio ce n’erano circa duecento); fu l’unico Paese europeo nel quale nessuno venne ucciso per leggi razziali. Insomma, per me un popolo che ha fatto questo si merita qualcosa di meglio del corto che ho visto.
Facciamo che non lo racconto, ma lo commento solo – e chi vuole gli dà uno sguardo, così si fa una sua idea.
In primis (a mio modestissimo parere) ha il doppio demerito di non dire niente degli albanesi, e di sovraccaricare gli italiani di luoghi comuni persino peggiori di quelli esistenti in natura. Io non credo che – o voglio sperare che non – siano quelle descritte le uniche esperienze di Darien Levani con gli italiani. Levani è l’autore del racconto Ladri di biciclette da cui è tratto il corto, ed è albanese – quindi io ho rispetto delle sue posizioni e delle problematiche da lui evidenziate (e immagino vissute); però mi permetto di dire che, per andare almeno un po’ avanti, servirebbero idee e soprattutto linguaggi più inconsueti.
Credo di aver capito che l’attore protagonista (il cui nome è Daniele Melissi, mentre i registi sono Federico Micali e Yuri Parrettini) è italiano e – per quanto non mi sembri riuscire male – io avrei fatto recitare un albanese.
La scelta dell’escamotage per raccontare come siamo (o come saremmo, o come siamo in parte) è per me incomprensibile.
Per spiegarmi, facciamo che racconto almeno questo: ci sono due fratelli albanesi, sono gemelli, uno vive in Italia e l’altro no; quello che no viene in Italia qualche giorno, ma nei giorni che non c’è quello che ci vive (e per me già fa acqua), il quale gli lascia una lettera (e per me il testo – almeno nella versione video – è quantomeno da rivedere) per prepararlo ai personaggi (vicina, portiere, negozianti) che incontrerà. E che ti vanno a fare i due gemelli? Quello che arriva non dice che è il fratello di quello che parte, ma fa finta di essere lui. Ora, senza farla troppo lunga (ché già è lunghissima), ma non viene da pensare “Certo, ‘sti albanesi o so’ infidi o so’ scemi”? E se uno alla fine pensa questo, e prima ha pensato che gli italiani erano delle caricature, forse qualcosa dev’essere davvero andato storto.

Comunque, visto che il progetto è sostenuto promosso veicolato da molti (pure di tutto rispetto), forse sarò io a non aver capito. Oppure c’era dell’ironia, della metafora, qualcosa che mi è sfuggito.

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