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Non si può morire dentro

Negli ultimi giorni ho visto due cose che poi hanno rivelato un dato comune.
La prima è la puntata di Presa diretta intitolata Morti di Stato, e la seconda è il film Hunger.
Il dato – se così posso definirlo – comune è la violenza della polizia: nel primo caso l’intenzione di Riccardo Iacona e della sua squadra era proprio quella di denunciare e far riflettere sulla follia e l'atrocità delle morti causate dai poliziotti, mentre nel secondo protagonista è la battaglia dei detenuti dell’IRA perché gli venga (se non altro) concesso lo stato di prigionieri politici. Ma tutta la prima parte del film mostra come la polizia penitenziaria risponde a quelle che vengono considerate delle provocazioni, ossia alla protesta delle coperte (i detenuti rifiutavano di vestire la divisa carceraria e quindi, visto che vestiti civili non gliene fornivano, si coprivano solo con la coperta in dotazione) e dello sporco (spalmavano i propri escrementi sui muri delle celle, raccoglievano l’urina e la versavano sotto le porte per riempirne i corridoi). E il modo in cui risponde è quello di picchiare e infliggere svariati tipi di violenza (alcune scene a stento si possono guardare; o almeno, per me è stato così).
(Una nota a parte, mossa dalla presenza delle dichiarazioni [originali, voce sua] di Margaret Thatcher sull'argomento: la Thatcher era veramente una cessa). 
Hunger non posso procuravelo, mentrela puntata Morti di Stato potete vederla cliccandoci su.
A me Presa diretta piace molto. Credo dipenda dalla modalità del racconto oltre che dalla sua consistenza; dal fatto che, alla ricostruzione attenta e alla denuncia civile, unisce una carica umana forte e spesso indignata. In questo caso, poi, indignazione e umanità esplodono.

Ho riflettuto sul fatto che non è rarissimo io scriva qualcosa che riguarda le forze dell’ordine (libro del poliziotto, poliziotti che si levano il casco davanti ai forconi...), e quindi sul perché non sia rarissimo. Diciamo che non ho dovuto indagare tanto, va’; è presto detto: per rabbia e per delusione. O per rabbia da delusione. 
Noi purtroppo viviamo in un mondo nel quale non credo possano non esistere le forze dell’ordine (pure se io un tentativo forse lo farei addirittura); assodato questo, io vorrei allora poter avere fiducia in loro, fidarmi e affidarmi (non dico ciecamente, ché quella è roba marziana, ma insomma). Vorrei poter pensare solo a quei poliziotti per bene, mal pagati, onesti, di quelli che – se cammini solo per strada di sera nel deserto e ti sembra non sia tranquillo – se vedi una volante ti senti rassicurato.
E invece non faccio altro che pensare al fatto che se qualcuno viene portato in una caserma ha paura di quello che può succedergli, non faccio altro che pensare al G8 di Genova e alle foto di Federico Aldrovandi, ai pantaloni insanguinati di Giuseppe Uva, alla vita distrutta di Paolo Scaroni e ancora a tanti altri (la lista è lunghissima; lunghissima).
Il tradimento di chi dovrebbe stare dalla tua parte, di chi si presenta come quello buono, è molto più cocente.
Quelle persone uccise erano persone che non avevano fatto niente di male; ma quando anche ne avessero fatto, la polizia esisterebbe proprio per disinnescare il male, non per farne altro e peggiore.
Vogliamo fare un discorso di “schieramenti”? Va bene. Gli ultrà sono estremisti di destra e non perdono occasione di rompere le palle? Spesso è vero, ma non sono riconosciuti e pagati da noi per difenderci. La mafia, le mafie, la camorra... è banalità dire quanto io le detesti; ma loro hanno la chiarezza di mettersi nel settore dei cattivi.
Le forze dell’ordine, i politici (scusatemi, io ce li metto sempre) si mettono invece con tracotanza in quello dei buoni.
Anche tra i buoni ci sono i cattivi, sempre. Allora però bisognerebbe essere così onesti – nello stesso settore dei buoni – da essere i primi a fare chiarezza, a indagare, a correggere, a espellere, a dire “scusateci”.
E scusatemi pure voi per la pesantezza di questo "buon anno". Forse è che mi fa sempre più male il male di questo mondo. 

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